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GIORGIO GABER
"La mia vita, una storia tutta milanese"

Milano, che coincidenza. Giorgio Gaber, quando parla della sua carriera di cantante e attore, ne ricollega ogni episodio alla città che l'ha visto nascere, in via Londonio, quartiere Sempione, ed esordire in teatro. Ma lo fa sempre raccontando una lunga vicenda di «coincidenze»: come se lui, il «Signor G», fosse frutto di un bizzarro incrocio tra Milano e il Fato: «E’ su una trama di circostanze tutte milanesi - dice - che si è sviluppata la mia carriera d'artista. Prova ne è che, bene o male, tutti i miei spettacoli, pur senza mai dare precise coordinate di spazio e di tempo, fanno riferimento a situazioni tipicamente metropolitane».
Nei bar del quartiere, punto d'incontro della città anni '50, come dentro le cantine («un po' New York, un po' Parigi») dove si suonava il jazz, il «cantattore» milanese raccoglie idee, sensazioni, storie. E scrive le prime canzoni, debuttando in un locale dietro il Duomo, il Santa Tecla. «Guarda caso, questa è anche la città dell'industria discografica», precisa Gaber: una coincidenza che ha fatto sì che si dedicasse a tempo pieno alla musica leggera, mettendo da parte i libri. E’ la nascente metropoli degli anni compresi tra ricostruzione e contestazione a far crescere nel giovane chansonnier di periferia la voglia di teatro. Le storie di bulli e impiegate, operai e ragazzi come lui, dagli spartiti potevano traslocare senza molta fatica sui copioni teatrali. Il primo ad accorgersene fu Paolo Grassi, vero papà del «Signor G» teatrale, il monologo canoro che Giorgio Gaber mise in scena al Piccolo vent'anni fa, e che poi divenne una sorta di suo alter ego professionale. Ma a Gaber piace ancora indugiare sugli inizi. «Al teatro arrivai quando già erano nate "La ballata del Cerutti" e "Porta Romana".
Cominciai con Maria Monti, al Teatro Gerolamo. "Il Giorgio e la Maria" si intitolava il nostro spettacolo, col profumo di Milano tutto in quei due articoli davanti ai nomi. Con Maria scrivevo tutte le canzoni, storie di vita e di nebbia in una città che tanto amavamo». Ora Gaber dice che Milano, quando gli accade di tornarci per lavoro, gli dà una stretta al cuore, fa fatica a viverci. Sono i rampanti anni '80 che gli hanno fatto prendere la via dell'esilio, in Toscana: «Ma sono rimasto legato in tutto alla mia città, sento che qui ogni cosa mi appartiene, quasi fisicamente. Mi affascinano ancora la concretezza, la voglia di fare, l'atteggiamento liberale e libertario». Dove sono finiti però i bar della sua adolescenza, gli amici del biliardo, l'incontrarsi per caso e non solo per appuntamento, i personaggi da incorniciare in un ritornello? Bastano due note di una vecchia canzone del «Signor G» e il teatro si riempie di nostalgia.







    

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